“Troppo smartphone fa male”. Prenderne coscienza è la chiave per liberare genitori e figli, liberarci tutti, dalla schiavitù del telefonino. Lo dice il giornalista e scrittore Carlo Verdelli, protagonista dell’incontro “Il diavolo in tasca, il libro fra le mani“, nella giornata inaugurale della XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, giovedì 14 maggio, organizzato dalla Federazione Carta e Grafica. Con Verdelli, sul palco, il presidente del Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura Giuseppe Iannaccone e, nelle vesti di moderatore, Paolo Verri, direttore della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.
L’azione della Federazione per contribuire al giusto equilibrio fra la carta, la lettura e scrittura analogica e l’ormai indispensabile digitale, spazia su più fronti: dalle ribalte nazionali del libro come Il Salone di Torino, BookCity Milano e Più libri più liberi a Roma, alle partnership di alto livello, da quella con il Centro per il libro e la lettura con Libriamoci2026 e il corso “Leggere per crescere” destinato ai docenti proprio sui temi del rapporto fra analogico e digitale, al sostegno dell’Osservatorio Carta Penna & Digitale della Fondazione Luigi Einaudi che ha portato, fra gli altri, alla nascita dell’intergruppo parlamentare che presta attenzione e che sensibilizza il Legislatore sul tema della lettura e dell’importanza neurofisiologica in età formativa della lettura su carta della scrittura a mano. Impegni importanti che sono stati ricordati, introducendo l’incontro in un affollato Caffé Letterario, al Padiglione Oval, da Carlo Emanuele Bona, consigliere della Federazione Carta e Grafica e responsabile dei settori grafico ed editoriale per l’Unione Industriali di Torino, partner dell’iniziativa. “L’eccesso di utilizzo degli strumenti digitali è ormai evidente e genera effetti collaterali importanti – ha evidenziato Bona -. Anche chi si era sbilanciato sta rivedendo le sue scelte: come la Svezia, dove il Ministero dell’educazione, inizialmente schierato per l’utilizzo esclusivo di strumenti digitali, ha fatto marcia indietro cercando un nuovo equilibrio a partire da lettura su carta e scrittura a mano, dopo essersi resi conto che l’efficacia dell’apprendimento dopo l’abolizione non era la stessa”.
Il libro fra le mani e al centro del confronto è quello di Verdelli: “Ho scritto ‘Il diavolo in tasca’, ma non sono un esorcista, mi concentro sull’oggetto: lo smartphone ha determinato la più grande rivoluzione nella storia dell’umanità, null’altro in così poco tempo, 15 anni, ha conquistato il mondo senza distinzioni geografiche, anagrafiche, di censo. Una transizione impetuosa, rapida, dirompente, che ha cambiato il modo di concepire il tempo. Legati a questo totem dedichiamo meno tempo alla famiglia, ai figli, allo sport, alle relazioni umane. Non è cattivo, ma rappresenta una tentazione continua che abbiamo in tasca, alla notifica non si resiste. È una lampada di Aladino, ma col turbo perché quella esaudiva tre desideri mentre lo smartphone non pone limiti”.
“Verdelli ci spinge a una riflessione amara, per quanto spiacevole, delle nostre inaguatezze e delle nostre responsabilità – ha fatto osservare il presidente del Centro per il libro Iannaccone -. Prigionieri del telefonino, come recita il sottotitolo, siamo un po’ tutti, ma in primis noi adulti. Qualche giorno fa i dati del Censis hanno descritto oramai il 90% degli undicenni, e non i sedicenni o i diciassettenni, come schiavi e inclini a delegare al telefonino non soltanto i piaceri, gli interessi del presente, ma anche le prospettive, i sogni del futuro. Non siamo solo genitori di figli vittime e incapaci di emanciparsi da questo dominio – ha concluso Iannaccone -: siamo molto responsabili come adulti, che diamo l’esempio su cui poi certi comportamenti si modellano. La soluzione è riscoprire l’utilità e il piacere della lettura. Ed è una strada che va tracciata a partire da noi: il libro di Verdelli ci apre gli occhi e non fa sconti”.


